L’ultimo lavoro di Zhang Ymou è un viaggio verso l’assoluto parossismo cinematografico. Lontano sia dall’impegno sociale delle prime pellicole, dalle sferzate storico-action degli ultimi deliranti wuxiapang, rimane solo lo sforzo artistico e un’inquantificabile carica di idee.

Ogni frame è costruito come un’opera d’arte, con luci che si amalgamano delicatamente ai colori vividissimi. Gli interni sono barocchi, traboccanti, pervasi da un intenso sentimento di horror vacui. Gli esterni geometrici, freddi, alieni, minimalisti. Il deserto cinese, la notte, è silenzioso e vuoto come un paesaggio lunare.

La storia poi si snoda tra dramma assurdo e commedia degli eccessi, senza un protagonista, senza uno scopo (esattamente come i personaggi che la animano). Il plot vive delle idee visive e sorregge l’impianto grottesco della narrazione. Forse solo questa è l’eredità dei fratelli Cohen in questo film che si propone di essere un remake, ma rappresenta solo l’utimo arrivo di un regista che ha mosso i primi passi da narratore ma sta lentamente assumendo le spoglie di pittore barocco ed esteta.

Agora

15/01/2011

La descrizione della comunità cristiana di Alessandria è’ bozzettistica, alcuni attori -come la Weisz- prediligono una recitazione troppo legata ai canoni contemporanei, che non sempre si addicono al contesto storico. Il messaggio del film, però, è limpido e cristallino. Il percorso della storia è macchiato dal sangue e dall’ignoranza; nulla sembra essere più abberrante del cammino dell’uomo.  Oggi ancora di più la cultura e l’informazione sono l’unica difesa di un individuo contro l’inarrestabile processo di distruzione che da millenni l’umanità porta avanti.

Solo la regia di Amenàbar mi sembra diventata tanto mimetica da perdersi. Meno preponderante che nei lavori precedenti, qui si limita a cercare il dettaglio o l’effetto simbolico. Movimenti dalla Terra all’uomo e viceversa, simboli religiosi macchiati di sangue, momenti roboanti che collaborano a costruire un significato troppo estremo. Funziona sul piano comunicativo: l’idea del regista e il suo rapporto col cristianesimo è chiara -lo era da Mare Dentro.

La Storia, però, non va giudicata. Pena: la stessa debolezza critica che il film vuole denunciare.

Fish Tank

09/01/2011

Limpido e asciutto come l’immagine qui sotto. Mia non doveva nascere, ma si è ritrovata in un mondo che la allontana, che uccide le sue aspirazioni e le permette appena di sopravvivere. Troppo matura per la sua età, cerca degli spiragli di fuga, ma nessuno le ha mai insegnato come discernere il bene dal male. Il malessere che si scatena è grande come il vuoto e sottile come una lacrima. Il film migliore del 2009 insieme a Dogtooth.

“I hate you bitch” “Me too”

Town Creek

03/01/2011

Somiglia agli altri film di Schumacher, in più c’è Fassbinder che è meraviglioso -foto.

Kynodontas

26/12/2010

Una storia di totalitarismo, senza la pretesa di creare un singnificato. Fugge dalle emozioni e dalla cinematograficità. L’unica estetica è il quadro fisso e calcolato alla Haneke. Non c’è fine alla tragedia senza un linguaggio atto a esprimerla, non c’è educazione se troppi stimoli esterni segnano negativamente la coscienza di un individuo.La pedagogia diventa una prigione famigliare, la conseguenza l’incesto. Una bugia è  l’unica genitrice per garantire la soppressione della libido e della conoscenza.

Forse sessualità e linguaggio si sviluppano di pari passo.

“What is a cunt?” “A cunt is a large lamp. Example: The cunt switched of, and the room got all dark”

Concettualmente uno slasher anni ’80 potrebbe funzionare. Praticamente una fotografia così curata sarebbe stata impossibile in un low budget di venti anni fa. Ma Ti West fa funzionare bene la macchina narrativa che, nonostante qualche stallo nella parte centrale, ci convince con teen che indossano jeans attillati a vita alta e che chiamano dalle cabine pubbliche. Soliti cliché, una forma interessante.

“You’re gonna be fine. Both of you”

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