L’ultimo lavoro di Zhang Ymou è un viaggio verso l’assoluto parossismo cinematografico. Lontano sia dall’impegno sociale delle prime pellicole, dalle sferzate storico-action degli ultimi deliranti wuxiapang, rimane solo lo sforzo artistico e un’inquantificabile carica di idee.

Ogni frame è costruito come un’opera d’arte, con luci che si amalgamano delicatamente ai colori vividissimi. Gli interni sono barocchi, traboccanti, pervasi da un intenso sentimento di horror vacui. Gli esterni geometrici, freddi, alieni, minimalisti. Il deserto cinese, la notte, è silenzioso e vuoto come un paesaggio lunare.

La storia poi si snoda tra dramma assurdo e commedia degli eccessi, senza un protagonista, senza uno scopo (esattamente come i personaggi che la animano). Il plot vive delle idee visive e sorregge l’impianto grottesco della narrazione. Forse solo questa è l’eredità dei fratelli Cohen in questo film che si propone di essere un remake, ma rappresenta solo l’utimo arrivo di un regista che ha mosso i primi passi da narratore ma sta lentamente assumendo le spoglie di pittore barocco ed esteta.

Reign of Assassins

08/01/2011

I Wuxiapian sono come i raga indiani. A prima vista sembrano tutti uguali, in realtà sono infinite variazioni di un tema comune. Qui Woo scava nel solco già tracciato da Ymou qualche anno fa, ma con alle spalle il raccolto seminato durante il lavoro in USA. Forse manca tutto quel background culturale che rendeva film come Hero o La Foresta dei Pugnali Volanti lavori barocchi e lontani dai nostri gusti, resta però l’originalità di un genere così radicato nella cultura orientale che sembra non appassire -specialmente nelle mani di un bravo regista.

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