2002, Tolosa. Il regista Luis Bunuel immagina di trovarsi ai giorni nostri, con gli amici Salvador Dalì e Garcìa Lorca per scrivere il film che hanno sempre desiderato girare insieme, ma che per motivi storici non riuscirono mai a realizzare.

Il soggetto riguarda la ricerca della Tavola di Salomone, oggetto caro alla tradizione cabalistica, sepolto da qualche parte sotto Tolosa e protetto da tutt’e tre le grandi religioni monoteiste. Questo, nella finzione filmica, è lo specchio che riflette tutte le vite degli uomini, ma è anche lo specchio del cinema, quello attraverso cui l’uomo moderno vede se stesso e i propri errori, la propria Storia e, nascosto tra i frame, il proprio destino.

Cinema e metacinema, infatti, Carlos Saura mischia in una cornice avventurosa e fantasy una rilettura dei temi cari al regista catalano e una profonda simbologia cabalistica. Dal surrealismo alla purificazione alchemica per accedere all’immaginario del padre del surrealismo. Ne usciamo divertiti.

Agora

15/01/2011

La descrizione della comunità cristiana di Alessandria è’ bozzettistica, alcuni attori -come la Weisz- prediligono una recitazione troppo legata ai canoni contemporanei, che non sempre si addicono al contesto storico. Il messaggio del film, però, è limpido e cristallino. Il percorso della storia è macchiato dal sangue e dall’ignoranza; nulla sembra essere più abberrante del cammino dell’uomo.  Oggi ancora di più la cultura e l’informazione sono l’unica difesa di un individuo contro l’inarrestabile processo di distruzione che da millenni l’umanità porta avanti.

Solo la regia di Amenàbar mi sembra diventata tanto mimetica da perdersi. Meno preponderante che nei lavori precedenti, qui si limita a cercare il dettaglio o l’effetto simbolico. Movimenti dalla Terra all’uomo e viceversa, simboli religiosi macchiati di sangue, momenti roboanti che collaborano a costruire un significato troppo estremo. Funziona sul piano comunicativo: l’idea del regista e il suo rapporto col cristianesimo è chiara -lo era da Mare Dentro.

La Storia, però, non va giudicata. Pena: la stessa debolezza critica che il film vuole denunciare.

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