127 Hours

24/03/2011

Danny Boyle sta perdendo di smalto. Ha iniziato dopo il capolavoro 28 Days Later e l’ha confermato con l’osannato Slumdog Milionaire. Cosa c’è che non va, anche in questo film?

Cast tecnico e artistico ai massimi livelli, bisogna dire. Digrignamo i denti mentre James Franco tenta di tagliarsi quel nervo dentro al braccio e la fotografia di Dod Mantle ci fa sembrare la realtà banale.

Poi? Il resto del film? Comincia come un videoclip, con split screen, immagini velocizzate, Koyanisquatsi docet, vedute a volo d’aquila sul deserto, città tumultuose. Franco fa il piacione con delle ragazze, poi si pensa tanto gagliardo che corre a caso per il deserto. Cade nel canyon. Una roccia gli blocca la mano e non si muove più.

Qui finisce l’inizio, poi un’interminabile sequela di canzoncine pop, ancora altri split screen, ricordi simbolici, frasi emblematiche, intuizioni da videoclip in ogni frame, montaggio ritmico, qualche CGI che mima movimenti impossibili di mdp e… sì altro split screen. Poi a dividersi in due è il braccio di James Franco. Che rimane sotto il sasso. Franco parte in elicottero.

Non so, è cinema in un certo senso estremo. Estremo perchè la messa in scena prevede la stasi più totale e una forte unità di luogo. Sarà per rendere l’esperienza piacevole a ogni strato del pubblico che Boyle ci piazza dentro qualsiasi cosa gli venga in mente: allucinazioni, premonizioni, formiche. “No, vado avanti!” Grida James Franco alla fine. L’avrei denunciato per abuso di retorica!

Il film è sia bello che brutto. Decidete voi. Per me serve riflettere su cosa valga la pena raccontare e cosa debba rimanere legato ad altri tipi di esperienza mediale.

Il Discorso del Re è un piccolo miracolo.

Nel becero panorama maistream c’è poco spazio per il cinema indipendente, e meno ancora alla notte degli Oscar. Qui si premiano le grandi produzioni, gli incassi e gli spettacoli hollywoodiani. Il discorso del re è un film privo di retoriche spettacolari, minimalista come sviluppo e azione (certe scene sono statiche quando un teatro kabuki)  e indipendente fino al midollo: figlio della Bedlam Productions che nel 2009 ci regalò il magnifico e sottovalutato thriller Exam.

L’Inghilterra esce dal primo conflitto mondiale e si avvicina al secondo, Albert Frederick Arthur George Windsor balbetta i propri insicuri passi verso cariche politiche sempre più importanti, e le sue parole si piegano, indolenti, al caos del suo tempo. Causa un padre tiranno, un’Inghilterra di inibizioni e una vita nobiliare costituita da emozioni sedate. A districare questa matassa è il logopedista Lionel Logue che aiuta il novello regnante a ritrovare sicurezza e fiducia nel logos.

In questa dimensione si svolge il film: la parola. I dialogi brillanti sono la linea guida e la regia è sottomessa al flusso discorsivo. La cinepresa arriva a escludere dal campo i personaggi parlanti, ad allontanarsi da essi, per poi riavvicinarsi lentamente per prendere confidenza, con piccoli singhiozzi che sembrano panoramiche, ma sono i brevi passi che il protagonista muove verso l’accettazione delle proprie capacità e responsabilità.

Rimianiamo con gli occhi puntati sulla Bedlam che si presenta come una delle realtà prodittive più interessanti sulla scena britannica.

F

22/03/2011

F è uno di quei film che non dispiaccio, ma non scalfiscono assolutamnte la memoria. Ogni dipartimento ha svolto un ottimo lavoro, performance attoriali di livello e un’estetica profondamente mutuata dal francese Ils -un thillering\horror davvero efficace quindi.

Il risultato è intrigante, ma insipido

Black Death

29/01/2011

Christopher Smith si è affacciato gradualmente alla scena horror europea. Se il primo Creep non ha soddisfatto nessuno, dalla commedia splatter Severance ha cominciato a ritalgiarsi una certa fetta si aficionados e nel 2009, con Triangle, firma il suo lavoro più personale e riuscito. Black Death è sempre indipendente, ma con un budget decisamente superiore da gestire e ambizioni molto più alte.

Medioevo, peste nera, caccia alle streghe, tortura e un senso incombente di peccato e dannazione. Forse a minare il film sono proprio tutti i clichè storici e il già visto. Pagani contro cristiani, giovani monaci con una fede vacillante, dogmi e bugie qui riproposti senza variazioni, e un po’ meccanicamente; insomma, il Medioevo come siamo abituati a immaginarlo.

Almeno questo Smith lo sa, e con la sua regia sa sempre distrarre dai passaggi troppo facili e dalle imprecisioni. Alla fine la componente thriller, quella meglio costruita, prevale sul resto.

Fish Tank

09/01/2011

Limpido e asciutto come l’immagine qui sotto. Mia non doveva nascere, ma si è ritrovata in un mondo che la allontana, che uccide le sue aspirazioni e le permette appena di sopravvivere. Troppo matura per la sua età, cerca degli spiragli di fuga, ma nessuno le ha mai insegnato come discernere il bene dal male. Il malessere che si scatena è grande come il vuoto e sottile come una lacrima. Il film migliore del 2009 insieme a Dogtooth.

“I hate you bitch” “Me too”

28 Days Later ha generato una new wave zombie in cui questi, finalmente, hanno ricevuto il dono della corsa. La vera lezione del capostipite del genere, però, fu declinare lo zombie movie all’analisi sociologica di una rabbia irrazionale, un sintomo dei tempi. Forse quello che Jameson chiamò “sublime isterico”.

Poi vennero, dopo il 2002, orde di film e videogiochi con zombie corridori sempre più agili e cattivi, palesemente ispirati all’estetica lanciata da Boyle. In ultimo Devil’s Playground, che assorbe questa grande lezione e la rielabora in uno stile altrettanto forte, ma ancora acerbo e inesperto, troppo succube degli esempi precedenti. Per gli amanti del genere soltanto, con la speranza che abbia chiuso un capitolo.

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