The Woman

28/07/2013

Pellicola che intreccia e confronta diversi livelli di barbarie in un voluttuoso linguaggio pop condito di improvvisi squarci splatter. La laconica protagonista, mossa da appetiti bestiali e cannibalici, è icona di un trascorso umano in cui, probabilmente, è proprio il valore di “umanità” a non aver ancora raggiunto compiutezza. Memore inconscio di questa condizione è il pater familias aguzzino che incatena la donna-bestia e la sevizia, in nome della civiltà, dinnanzi ai propri ammutoliti familiari. Gesto fallico di sottomissione della donna, di revisione cosmica: piegare la natura ai sensi dell’umana irragionevolezza. Ma il fallo e l’egotismo ad esso legato non hanno vita lunga, e la vendetta delle  assopite forze ferine e femminili non tarda a esplodere in tutta la sua incontenibile brutalità.
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Ci sono pochissime parole adatte a descrivere una carneficina lunga quasi due ore. Dopo pochi scarni minuti di presentazione della vicenda l’azione esplode febbrile e incontenibile, il bodycount aumenta esponenzialmente, la direzione ricorda un Johnnie To ipercinetico, dimentico dei suoi lunghi momenti contemplativi a mo’ di proemio all’uragano. In questo marasma di colpi e spari c’è anche spazio per intrecci narrativi dal lento sviluppo ma dalle inaspettate conseguenze; i personaggi non sono macchiette da film d’azione ma ognuno brilla di una propria originalità e completa perfettamente il proprio ruolo nella massiccia struttura narrativa. Non so da che menti possa essere scaturita un’opera tanto coinvolgente. L’azione scorre implacabile, forte di coreografie ricche di idee e soluzioni differenti, tasselli di un climax che non necessariamente conduce alla catarsi evocata nel titolo.

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Summa trash che include entità demoniache, ESP, droghe, viaggio dell’eroe e una critica ai limiti degli umani sensi. Questo marasma di materiali eterogenei trova unità nella profonda, grottesca originalità della pellicola, sempre protesa all’inaspettato, all’idea folle e pretestuosa che irrompe senza soluzione di continuità. Lavoro a tratti immaginifico, ben cesellato per non lasciare momenti di vuoto, barocco nelle trovate ma assolutamente semplice nello svolgimento. Il Don Coscarelli post-Bubba-Ho Tep conosce i limiti del proprio linguaggio e si reinventa, affidando la propria espressione all’iperbole, all’accumulazione narrativa, a rivoltare le categorie del cinema di genere. Persino quando irrompono i VFX, la cui qualità è intrinsecamente legata all’esiguo budget, ci viene strappato un bonario sorriso verso un lavoro tanto brillante e denso di spunti.
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V/H/S 2

13/07/2013

V/H/S si rivelò lo scorso anno come un’operazione riuscita a metà. Chiaro è il fascino esercitato da un supporto magnetico ormai vintage (sostituito quasi in toto da quello ottico), difficilmente manipolabile, la cui grana e bassa qualità sembra marcarne l’intrinseco valore di image-verité. 

V/H/S 2 non segue pedissequamente il tracciato del primo film, ma ne riprende solo le migliori qualità. La scrittura degli episodi è più dettagliata, si mira all’originalità, è palese per gli autori quanto sfruttare vecchi supporti arricchisca di valore mitopoietico le proprie sequenze e, soprattutto, quali considerevoli icone horror ne possano scaturire. Eduardo Sanchez sceglie un punto di vista privilegiato, ancora inesplorato dalla cinematografia di genere: quello dell’infetto che si muove alla ricerca della propria preda. Gareth Evans studia il caos nel suo viscerale e truculento cortometraggio, in cui si incontra, senza pretenziosità, un’ampio spettro di topoi dell’orrore: sette religiose, zombie, pedofilia, fanatismo, maternità abominevoli, demoni e l’incontrollabile perfidia umana. Non v’è più spazio per momenti spogli e tediosi come la sezione diretta da Ti West nel primo film; ora le sceneggiature si muovono, o almeno ci provano, nel territorio dell’inaspettato.

A caratterizzare le immagini del segmento Alien Slumber Party di Jason Eisener è un senso di terrore ufologico, di minaccia imminente: nulla è filmato direttamente ma l’orrore si insinua nella profondità di campo, o al di fuori di esso. Alieni che sembrano corpi spettrali, silenziosi e femminili. Aleggia sia la lezione di Signs, quanto la volontà di rappresentare l’archetipo cinematografico del “grigio”, qui nella sua versione più spaventosa.

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Stoker

13/07/2013

Opera dell’eminente visionario sudcoreano, la cui magniloquenza e maniera visiva supera e adombra la semplicità minimale del plot. Il risultato è un’esperienza tanto perfetta da risultare perfettamente asettica. Non ci troviamo davanti ad una trama potente quanto Oldboy, screenplay adattissimo a supportare il linguaggio barocco di Chan-wook; qui, invece, la sceneggiatura si muove attraverso sentieri ed emozioni di scala minore. Tutto è rarefatto, astratto, raccontato tramite brevi ellissi che muovono, in maniera sapientemente arrangiata, la comprensione dello spettatore. A soffocare è proprio la regia, mirata ad appesantire ogni sequenza di sovrabbondanti trovate visive che, nonostante la perfezione manierista, non collimano in una pellicola che vive nei perigliosi territori del silenzio e del non-detto.

E’ strano come un lavoro tanto curato, sul versante artistico e tecnico, possa risultare tanto insipido. Forse una direzione più scarna e meno protesa all’effetto avrebbe condotto in maniera più diretta lo spettatore al cuore della vicenda.

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The ABCs of Death

06/07/2013

Collezione di cortometraggi, uno per ogni lettera dell’alfabeto. Solo pochissime prove interessanti, le altre per lo più soporifere o insignificanti. Si assiste comunque a ogni motivo possibile: momenti puramente estetici, VFX, immagini astratte, splatter, produzioni quasi casalinghe, sequenze concettuali, oniriche, metacinematografiche, citazioniste, feticiste… La libertà è pressoché totale.

Il plauso va a:  Marcel Sarmiento per l’incredibile cura estetica, Srdjan Spasojevic per il punto di vista altamente cinematografico e il risultato gore della sua operazione. Come in Serbian Film lo vediamo esplorare lo sguardo morboso dello spettatore. Lee Hardcastle per il valore weird della propria piece a passo uno. Xavier Gens per il denso spettacolo di sangue e frattaglie che offre.

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The Innkeepers

06/07/2013

Ti West ricopre ogni sua produzione di un certo sapere cinefilo. Lo confermò con The House of the Devil, ben costruito tributo alla produzione horror classica, ma non troppo accattivante. The Innkeepers incarna la più classica delle ghost stories, ma riesce a inserire qualche sottigliezza in più. Clare è impiegata insieme a Luke nella gestione gestione di un hotel sull’orlo della chiusura per l’assenza di ospiti. Nel tempo libero i due si occupano della ricerca di attività paranormali all’interno della struttura stessa, infestata, a detta di Luke, dallo spirito di una donna uccisa anni prima. Chiara è da subito la bonaria disonestà di Luke e l’ingenuità della ragazza che, forse a causa della propria introversione, comincia a empatizzare con la solitudine della donna uccisa. Come accade, il soprannaturale invade i vuoti individuali, dove si trova abbastanza spazio per germogliare. Una medium alcolizzata funziona da catalizzatore e le apparizioni di Claire irrompono nel silenzio dell’albergo.

Horror quasi da camera, che vive sulle spalle di tre personaggi, ognuno garante di un’ottima e misurata interpretazione. Il film scade quando paiono doversi palesare delle risposte. La cesura invece è netta, aperta a troppe interpretazioni, nessuna delle quali può, in effetti, regalare la giusta soddisfazione.

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V/H/S

06/07/2013

L’horror a episodi, caro alla tradizione degli anni ’80, incontra il found footage. Il risultato è altalenante.

Interessante il frammento di Joe Swamberg che rinuncia a rappresentare la vicenda dal punto di vista di una telecamera. La narrazione avviene, quindi, attraverso conversazioni via skype. Nonostante questa limitazione espositiva il cortometraggio intrattiene e spaventa, grazie a un’ottima scrittura e all’ottima direzione degli unici due attori.

Plauso anche al collettivo registico radunato sotto il moniker di Radio Silence. Quando i VFX irrompono, in maniera totalmente inaspettata, nel footage più amatoriale e granuloso che ricordo, sanno regalare più di un momento di sorpresa.

Il resta o annoia, sconcerta o per lo meno non raggiunge il livello dei due momenti più ambiziosi e inventivi della pellicola.

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The Bay

06/07/2013

Found footage d’autore. Chi, come Barry Levinson, poggia su una lunghissima carriera di conferme cinematografiche raramente si cimenta in prove “di genere”. Il found footage, che fino ad ora si è caratterizzato come la tecnica narrativa più multimediale, sembra inoltre una prerogativa delle nuove leve; di chi, accostatosi al cinema horror, ne vuole esplorare nuovi linguaggi e schemi narrativi. Levinson, a differenza di costoro, ha saputo veramente introdurre qualche innovazione in un filone che sembrava aver esaurito in fretta le proprie ambizioni.

Dove, infatti, l’occhio della telecamera era veicolo di una nuova e più radicata soggettività dello sguardo, ora ritorna alla dimensione del frammento d’esperienza. Non seguiamo, dunque, la vicenda dall’occhio di un protagonista e dei suoi accoliti: gli sguardi e le visioni sono moltiplicate attraverso servizi televisivi, filmati amatoriali, video di sorveglianza. Notevole lavoro sulle fonti, quindi, che si alternano tra punti di vista di natura sia soggettiva (una bambina spaventata che riprende il proprio male col cellulare) che oggettiva.

Il gioco funziona. Pare, all’inizio, di poter seguire una voce protagonista che, però, si perde velocemente in una narrazione corale in cui tanto spazio è riservato alla vicenda di cronaca quanto viene sottratto, e qui si riconosce lo spessore dell’autore, all’emotività dei personaggi, dipinti con pochissimi e minimalisti tratti. I frammenti si ricompongono in un disegno di alto impatto emotivo, in cui la tensione è di natura realistica e sottilmente clinica. Il climax, però regge fino a un certo punto. Pare che nessun vero apice si sia raggiunto, e il finale scorre piatto e privo dell’inventiva che ha caratterizzato il resto della pellicola.

Il sostrato ecologico, inoltre, è espresso in maniera assolutamente chiara, ma mai con artifici eccessivamente retorici o pedanti.

 

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Rubber

03/06/2011

Un deserto di sedie e un uomo in giacca e cravatta che porta qualche decina di canocchiali. Attende una macchina dal cui baule esce un poco credibile sceriffo il quale, con un bicchiere d’acqua in mano, spiega quanto il cinema nasconda un sostrato di nonsense opportunamente occultato per l’uso e consumo di un pubblico che si aspetta  vicende credibili e spiegazioni.

Una dichiarazione d’intenti che non si esaurisce in un inizio brillante ma, finalmente, si svolge durante tutta la breve pellicola. Il pubblico è diegetico, provvisto di canocchiali, osserva la non-azione a debita distanta, succube dell’indolente produzione che lo ha posizionato lì.

“You can do this, but it’s against the rules”

“So can I or can’t I?”

Rubber, un pneumatico, si sveglia nel cuore del deserto e scopre di avere un potere: far esplodere la testa di qualsiasi essere vivente. A inseguirlo uno stuolo di finti poliziotti che loro malgrado (il pubblico sta guardando!) devono darsi da fare per risolvere l’assurda faccenda. Nemmeno tentare di avvelenare quest’audience sortisce l’effetto desiderato e la piaga costituita da Rubber diviene incontenibile. Una ragazza da cui il pneumatico è ossessionato sembra essere la chiave della vicenda; ma si sa, queste gomme sono così volubili…

Un senso, dunque, non c’è. E’ chiara però una netta presa di posizione nei confronti di quella tradizione tipicamente occidentale che vuole un cinema realistico, fatto di regole e consequenzialità. Tutti traguardi irraggiungibili da un medium la cui caratteristica più intrinseca è, appunto, la finzione.

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