The King’s Speech

24/03/2011

Il Discorso del Re è un piccolo miracolo.

Nel becero panorama maistream c’è poco spazio per il cinema indipendente, e meno ancora alla notte degli Oscar. Qui si premiano le grandi produzioni, gli incassi e gli spettacoli hollywoodiani. Il discorso del re è un film privo di retoriche spettacolari, minimalista come sviluppo e azione (certe scene sono statiche quando un teatro kabuki)  e indipendente fino al midollo: figlio della Bedlam Productions che nel 2009 ci regalò il magnifico e sottovalutato thriller Exam.

L’Inghilterra esce dal primo conflitto mondiale e si avvicina al secondo, Albert Frederick Arthur George Windsor balbetta i propri insicuri passi verso cariche politiche sempre più importanti, e le sue parole si piegano, indolenti, al caos del suo tempo. Causa un padre tiranno, un’Inghilterra di inibizioni e una vita nobiliare costituita da emozioni sedate. A districare questa matassa è il logopedista Lionel Logue che aiuta il novello regnante a ritrovare sicurezza e fiducia nel logos.

In questa dimensione si svolge il film: la parola. I dialogi brillanti sono la linea guida e la regia è sottomessa al flusso discorsivo. La cinepresa arriva a escludere dal campo i personaggi parlanti, ad allontanarsi da essi, per poi riavvicinarsi lentamente per prendere confidenza, con piccoli singhiozzi che sembrano panoramiche, ma sono i brevi passi che il protagonista muove verso l’accettazione delle proprie capacità e responsabilità.

Rimianiamo con gli occhi puntati sulla Bedlam che si presenta come una delle realtà prodittive più interessanti sulla scena britannica.

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