13 Assassins

05/05/2011

Miike Takashi racconta la fine dello shogunato e l’inizio dell’epoca moderna in Giappone. Assieme a questo la lotta contro il potere, il dilemma etico tra fedeltà cieca e aspirazioni ideali. Un evento spartiacque, la lotta fino alla morte per uccidere Naritsugu, il sadico fratello dello shogun locale e porre fine alla sua scia di violenza. 13 assassini saranno assoldati per questo compito, il loro nemico: l’esercito personale di Naritsugu, duecento samurai pronti a morire per il proprio signore.

Uno spartiacque storico, ma anche personale per l’autore. Finito, speriamo, con i malriusciti exploit fumettistici che hanno caratterizato gl ultimi quattro anni della sua produzione. Dopo il riuscitissimo Cows ZERO, infatti, il caro Miike si è imbarcato su progetti anonimi e derivati, a partire da Zebraman, per passare a Yattaman, il seguito di Corws ZERO e  Zebraman 2. Insomma, un momento di stagnazione intellettuale e artistica su temi visti infinite volte già nelle sale americane.

Fortunatamente Miike non si fa inghiottire anima e corpo nelle tendenze generali e finalmente, coadiuvato da una grande produzione a cui fanno capolino Toshiaki Nakazawa (premio oscar per Departures) e Jeremy Thomas, si getta anima e corpo nel più classico di generi nazionali: il cappa e spada a sfondo storico.

E’ l’occasione per un radicale cambio di rotta: finito con i temi frivoli e leziosi dei cartoni animati, i cromatismi ultra saturati e le mdp acrobatiche. Stavolta si fanno le cose old school e il primo referente del suo cinema torna ad essere l’Akira Kurosawa dei Sette Samurai e di Trono di Sangue. Telecamera fissa, movimente ridotti all’osso se non durante i combattimenti e narrazione sintetica. Questo per lo meno nella prima parte del film, che vive soprattutto di stasi e silenzi. Poi comincia la battaglia, lo stile rimane piano e rigoroso ma il montaggio accelera in un climax furibondo della durata di un’ora e venti!

Takashi si fa finalmente riconoscere sia come direttore sia come esteta, quello che preferisce rinchiudere una scena d’azione in un quadro fisso (come nella miglior tradizione Fukasaku); quello che sceglie il ritmo della propria pellicola senza farsi influenzare dalle scelte più inflazionate. Non c’è nemmeno spazio per i momenti surreali e grotteschi che hanno caratterizzato tutta la sua eterogenea, sterminata produzione. Sembra, con 13 Assassins, di trovarsi davanti a una definitiva maturazione, ma non è tutto perfetto. L’ambizione del kolossal lo ha portato a eccedere sia nella durata, sia negli intenti, finendo per creare qualche tempo morto di troppo e a presentare un scontro estremamente manicheo tra chi è succube del potere e chi si sacrifica per il progresso di una nazione. Un tema importante ma che in un contesto di eccessivo pathos risulta un po’ sacrificato e poco credibile, ma questa scelta rimane comuqnue in linea col proposito di costruire un film cappa e spada in stile classico, con le emozioni e i valori dei protagonisti in primo piano.

Ma i samurai qui non sempre decidono di sacrificarsi per il proprio padrone. Una causa comune li unisce, è tempo di cambiamenti. Per tutti.

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